Senza affondare

Frammenti incerti di realta’ e non so che farmene, non so come gestirli, non riesco a confonderli col giusto, con il deciso, con un senso di quotidiano che sfugge ad occhi freddi e sempre piu’ annoiati.
Ho brandelli di un passato che sporcano casa da non tenere pulita, umida e scrostata ma del resto e’ nota e una sola, nenia nel buio di sala silenziosa, di albero senza un nuovo inverno, ghiaccio eterno, eterno imbrunire di anima che sa di nebbia, cristallo spento eppur vibrante, silenzioso cuore, vita dove non c’e’ vita, passione per scegliere, per non cadere nell’infinito squallore di pietre sempre piu’ levigate, un giorno dimenticate, senza rispetto, senza bisogno.
Spartiti di canzoni e terre lontane per togliere dal cielo troppe stelle, troppo caldo, traspirazioni moleste di chi non sa come uscire dalla vita e intanto storie di eroi e adolescenza, miti di giorni che non se ne vogliono andare e io che non guardo piu’ e ancora mani sottili a girare capo ed eventualita’, potenzialita’, sensazioni che in fondo e’ bene aver perduto.
Raccontami qualcosa che non so tanto io resto qui perche’ andare e’ un bisogno inutile, e’ la soddisfazione di piccolo spazio in grande luogo, e’ il contrario di un racconto stanco ma necessario e c’e’ chi invidia, c’e’ chi lascia scorrere, chi si crogiola in finta eternita’, in sublime intimita’, in ordinario compiuto.
Eppure esiste, esiste una strada ed e’ sporco vetro a separarmi da essa, e’ una direzione silenziosa d’inarrivabile chiamata e continua l’immagine di porta chiusa, di scala discesa, di attesa e poi via, poi sorridere, poi dimenticare, poi finire senza iniziare e poter essere almeno per un giorno sconosciuti a se’ stessi, al ruolo scolpito quando sole allo zenit sapeva di coraggio e primavera, quando luna raccontava storie che dondolavano l’anima in ore legate tra loro da fluide ed evanescenti parole in storie che infine appaiono vicine realta’ scostate d’atomi e scelte sbagliate, illusioni che un po’ confondono, silenti colpiscono e ancora sospirano, talvolta cantano.
I still dream of Organon.
I wake up cryin’.
You’re making rain,
And you’re just in reach,
When you and sleep escape me.

Ventitre’ come infinito

E’ primavera. Dovrebbe essere estate inoltrata ma e’ primavera.
Giorno di fine Ottobre, notte di Maggio, alba di Gennaio e se non v’e’ differenza alcuna tra tempo e spazio allora corro veloce e non ricordo altro cosi’ prima d’ora o forse e’ stato ieri o un miliardo di milioni di miliardi di anni passati, di asfalti cancellati, di fiumi secchi, di alberi svuotati da foglie e rami, di paesaggi che come ombre sfumano e inquietano.
Ho viaggiato in diagonale tra l’alto e il basso per non dimenticare mai da dove vengo e ho lasciato pietre nere lungo il percorso per inventarmi il futuro e non trascurare che sopra ogni casa esistono soffitte, soffitte e bauli di polvere e fotografie che raccontano mani, sapori, odori, scogli e dondoli ed il respiro si accorcia, gli occhi si chiudono, le forze abbandonano e si smette di ricordare per iniziare e vivere confondendo direzione, sbagliando tempo.
Sono nato domani nell’epoca degli ascensori, quando la musica si fara’ argento, con gente sgargiante e sorridente tra televisori accesi e mondi sempre piu’ vicini, cosi vicini che un respiro e’ tempesta.
Primavera e’ sole che abbaglia ma primavera e’ pioggia gelata che nasconde movimenti e piega gambe perche’ so di essere caduto e aver tentato di rialzarmi ma al suolo di nuovo ho avuto paura di non riuscire e piantando dita in terra ho spostato il mondo e l’ho fatto con la rabbia di un dio malvagio.
Quando tutto e’ ripartito ho urlato nel guardarmi muovere ma c’e’ chi era li’ e ha visto l’illusione per poi voltarsi e farsi forza, in silenzio tornare, con un sorriso ricominciare.
Ancora le gambe non si muovono ma le braccia si e mentre tutto e’ fermo si guardano le stelle che la nebbia della citta’ ha tolto e si vola, giusto un poco, quel tanto che basta per bagnarsi in una nuvola, per scavalcare la Luna, per galleggiare a pochi centimetri dal suolo e illudersi sia questo, unico modo di camminare.
In un piccolo mondo ovunque ti giri c’e’ sempre la tua primavera a ricordarti che una ne esiste e rimane e i suoi profumi sono i tuoi, il suo sole il tuo e anche quando e’ lontana, il silenzio e’ il suo bacio in dono, la rugiada infinita memoria in gocce di vita alla quale e’ impossibile rinunciare.
C’e’ chi nasce per star seduto sulla riva d’un fiume, c’e’ chi viene colpito dal fulmine,
c’e’ chi ha orecchio per la musica, c’e’ chi e’ artista, c’e’ chi nuota,
c’e’ chi e’ esperto di bottoni, c’e’ chi conosce Shakespeare, c’e’ chi nasce madre
e c’e’ anche chi danza

Superstringa

ALLARGARE, strana parola, ALLARGARE, una A tante L che non ho voglia di contare, GARE, ARE, LARGARE, ALLAR no qualcosa non suona nel verso giusto.
Conoscevo questa parola ALLARGARE, credo persino di averla adoperata e se ben ricordo ridevo, no ero soddisfatto di qualcosa, meglio dire in attesa di qualcosa, qualcosa che ha a che fare con ALLARGARE e tempo restante.
Che strana unione di lettere ALLARGARE, sembra gettata li’, termine con senso quando deriva da confuso lancio di dadi e ricordi perche’ ci sono mani e sopra le mani un volto, tanti volti, no un volto fatto da mille volti forse inutili, trasparenti, sottili come un soffio di vento un po’ piu’ forte del normale e cio’ che vedo e’ uno, cio’ che odo e’ il mio lamento perche’ si fa prima, molto prima che pensare, pensare ad ALLARGARE.
ALLARGARE, ALLAGARE no e’ ALLARGARE perche’ esondano pensieri ma non parole, strabordano i minuti, le ore, tramonti oddio quanti tramonti, finestre e quante finestre e apritele quelle finestre perche’ si annega, perche’ non c’e’ spazio per pensare, per salvarsi si, salvarsi il futuro, salvare le notti da dolorosa quiete, non perdersi, non smarrirsi mai, non lasciar ALLAGARE le vie d’uscita, no no no, ALLARGARE la fuga ma fuga da cosa, fuga verso dove?
Mi dicono sia giusto correre ALLE GARE ad ALLARGARE e pare si riduca tutto a questo e il torto e’ mio cosi’ sembra, cosi’ appare, cosi’ storia ordina, storia impera sulle voglie di conquista e vittoria, ALLUNGARE umana ombra su terra esausta, cerchio da spezzare, sparire in un sospiro, andarsene nel silenzio, milioni in uno, milioni in zero, spazio, spazio, spazio ALLARGATO, LUNGO, corto senza impegno apparente, reale abbandono, non resa, stanchezza.
Se avessi frainteso andrebbe bene altrimenti ALLARGARE non basterebbe con questa poca luce, con la voglia di ritrovare ed ALLARGARE, ringhiare, ringraziare.
You always kept a sunset
Behind your lonely shoulder
You never showed on photographs
And you never grew much older

Tra le coltri grigie di un giorno fantastico

Occhi e altri due ancora a nascondere chissa’ quali pensieri, chissa’ quali bisogni.
Lenti, lentissimi, silenziosi sfiorandosi appena, ceneri di fuochi dimenticati eppure vicini nell’unica forma d’amore possibile al mondo, quel mondo immaginato, costruito poi perduto, smarrito nel quotidiano, nei figli scappati chissa’ dove, nelle ore di un televisore che abbaglia e fa bene, poi fa male, poi racconta e culla come mani buone.
Bambini che giocano e troppi ricordi, sorriso accennato, sorriso preoccupato e forse non e’ bastato il tempo, forse il tempo e’ velo fragile di tagliente ghiaccio che perfora anima e cuore, risveglia lacrime e impedisce di dormire, accende sogni e uccide futuro, domanda cosa resta e non risponde, non alle parole, non a cio’ che non e’ stato, non a cio’ che non sara’ e ogni cosa s’ammanta di tetro silenzio, di preghiera flebile e inascoltata.
Dove giace la vita, fuori o sopra grigia panchina, tra i carrelli, nei passi lenti, con gli occhi avidi bisognosi di nulla, via nell’impazienza e come sa muoversi se si muove, come ansima se ha ancora un respiro da spendere e all’improvviso andarsene, andarsene dove per poi non stringersi comunque, per avere niente da raccontare, da raccontarsi.
Cosa resta oltre il ricordo e non pretendo chissa’ quali storie e domandarsi se sia giusto continuare quando ogni secondo e’ alle spalle, se nessuno osserva, se nessuno vede e ogni opzione termina giu’ da ferro e scale.
Paralizzato osservo perche’ ho altro, tanto altro da fare, glorificare la corsa, inneggiare gambe scattanti, creare felicita’ diversa dalla mia, accettare e spendere cio’ che non possiedo, che ho creduto d’avere ma ora non piu’.
Vorrei aver parlato o immaginare d’averlo fatto ma non e’ epoca giusta per uscire dall’eterno mezzo che non condanna e non premia, incapacita’ di urlare e fermare il rumore, brusio al quale non bisognerebbe abituarsi mai, arrendersi mai senza cedere alla pieta’ e alla carita’, pensare, pensare come uomini fieri anche di perdere in questa vita creata nella vittoria e terminata sempre in sconfitta.
Time slips away
And the light begins to fade
And everything is quiet now
Feeling is gone
And the picture disappears
And everything is cold now
The dream had to end
The wish never came true
And the girl
Starts to sing
Seventeen seconds
A measure of life

Lasciate che sappiano

Le sedie suonavano, le gole cantavano, le mani si muovevano veloci non sapendo dove, non sapendo come, aria come oro, irrefrenabili ore, catodiche emozioni in un tempo infinito, in un bisogno di vivere incomprensibile eppure naturale.
Emozione stato normale delle cose, esistenza tamburo nella savana piu’ oscura ma e’ esistere del momento, e’ impossibilita’ di futuro come sole che non sorge, e’ liberarsi di passato scomodo che finalmente cessa di essere vincolo.
Rimpianto, non so, forse si, forse ritorno a domande che non hanno risposta, questioni sospese mai piu’ esaudite, mai esaurite e c’e’ sempre un maledetto qualcosa che racconta e ricorda e recrimina e non lascia soli neppure nello sguardo distolto, nel cielo troppo azzurro, nel rullante piu’ forte del cuore, nel piede che colpisce sempre piu’ forte, sempre piu’ svelto ma quel muro non cade, la voglia di non esserci si fa suadente e si veste di festa.
Le sedie urlavano, le gole cantavano, qualcosa si ruppe ed e’ breve strada da percorrersi con sguardo incerto, con petto tremante, freddo che non da’ pace, speranza di un sorriso, con pelle e profumo misto rabbia, castello di lacrime e adrenalina, incomprensione e sere di auto e luci e ghiaccio e impronte e sorrisi e soffitti ciechi.
Dove sono stato, quali canzoni hanno preso il posto delle stelle, quale buio ha sopraffatto il buio, ha nascosto strada e direzione da seguire perche’ arrivare non e’ detto sia conclusione e conclusione puo’ forse essere sbagliata ma irrequieta gonfiare fiato silenzioso e montare a tempesta, uragano, cataclisma di intero cosmo.
Qualcuno non c’e’ piu’, qualcuno resta nel proprio nulla, altri non s’arrendono a sconfitta risolta, ancora non sanno che guerra non e’ avvenuta e non c’e’ piu’ bisogno di ridere e urlare.
Io posso solo salutare, riesco a guardare indietro e regalare tutto cio’ che non ho piu’ a chi poteva essere, a chi doveva nascere, a chi non doveva andarsene, a cio’ che non doveva avvenire, al bisogno di continuare a scrivere per osannare l’oggi, inutile ma i debiti si pagano e almeno che possa pagarli per tutti.
Couldn’t ask for more you said
Couldn’t ever let it end
Take it all
Take it all
And strike me dead

Che sara’

Un tempo i divani erano lisci e marroni, luci bianche e gialle, strane forme, normali forme dicevano, morbido camminare e non capivo l’orgoglio di caldo suolo che in fondo scaldavano giochi e poco altro.
Riconosco chiarore bianco e grigio, non c’e’ stato un sole migliore in tutta la mia vita, rovente tra mani e affondare dolce, mondo dietro, protezione e unita’ seppur qualcosa viscido strisciava, qualcosa non funzionava e mai ha funzionato se ben ci penso ma ora che importa in un sogno passato pieno di chiarori bianchi e grigi.
Ecco che immagini ruota e il suono, si il suono ruota con esse e quella danza prende anche me trascinandomi e gioendo mi stringe nell’unico abbraccio che mai ha avuto senso ricevere, che forte non ho dimenticato e negli anni ho seppellito sotto roccia e ghiaccio, celato nelle nebbie e nell’imbrunire di un sole sempre piu’ pallido e morente.
Poi mescolo realta’ e fantasia, turbino come girandola impazzita, incontrollabile, ingovernabile, ignorando nuvole e strapiombi tanto e’ uguale, comunque e’ precipitare in diverso orrendo spazio e cio’ che resta e’ rabbia fin troppo espressa, rancore tanto orrendo da esprimersi con silenzi e sorrisi, massima indifferenza di cuore pietrificato, cervello lontanissimo di un eventuale futuro che non puo’ essere, che non vuole esistere ed indifferente vaga nella terra di probabilita’ derise e gia’ dimenticate, solo dedotte tra noia e stanchezza.
In fondo quelle luci ruotavano talmente veloci da non essere dimenticate, canzoni incastrate in inconscio tormentato da parole incomprese fino a nuove notti, stelle che solo ora scorgo, sempre meno conto, di soppiatto spio, in silenzio prego che portino lontano i ricordi, queste mani protese, dita nervose, carne stanca.
Autorizzo occhi a guardare altrove perche’ si resta o si muore, letto immutato non ha gambe per accogliermi e sempre meno ad esso declino sorrisi perche’ corsa e’ gia’ iniziata, fine preannunciata e se restasse infine una sola canzone allora sarei arrivato, sempre che sia mai partito.
Cambiare direzione
E farsi una ragione
Che quello che non sei
Non diventerai
Fine della storia
E se non hai memoria
Ora sai non mi troverai
Cambio direzione

Diavoli e alieni

Quattro piccole ruote, latta o alluminio non so, poca energia quanto basta per essere lenti ma non immobili.
Corro, tanto non ho niente di meglio da fare, non ho voglia di ascoltare voci o vento, l’asfalto mormora e sussurra se pizzicato ma oggi tace e i kilometri non raccolgono, non concentrano, non compattano e perche’ correre, perche’ quindi non aprire un poco il cuore, sentire altri suoni, ascoltare altre luci affinche’ frequenza divenga nota, accordo, sinfonia.
Rallento e l’egoismo si gonfia come petto d’aria inspirata, paradiso, paradiso, paradiso ecco io ti merito, quindi c’e’ un cuore, forse sono buono, si sono buono, si sono buono, sono, forse ero, ora m’annullo e osservo.
Quattro piccole ruote, latta o alluminio non so, poca energia quanto basta per essere lenti ma non immobili e dietro, in mezzo una vita intera che passa lenta ed osservo svuotandomi passo per passo e come un guscio forte fuori e vuoto dentro respiro piano per riempire un vuoto, per comprendere un vuoto, per imparare dal vuoto.
Poi si ferma, si gira e la testa si piega appena e quella vita e’ la mia vita, e’ tutto cio’ che non ho avuto, che mai imparero’ a conoscere e scoprire che la dignita’ corre piu’ veloce di gambe, motori, reazioni e reattori e in essa ci si perde e lentamente si affoga, fiato trattenuto, fondo trascinato e buio e paura e non riesco e non posso e non ce la faccio, non oltre, non ancora e alla fine, alla fine ritrovarsi nuovo respiro e anche il mio capo accenna un grazie, il mio grazie, il solo grazie che un senso puo’ regalare e riemergere volendo restare, volendo fermare la corsa, interrompendo la strada, zittendo l’asfalto, placando il dolore, lasciandosi dietro, rimanendo indietro, perdendosi indietro.
Non ho voglia di ripartire, ma lo faccio e non fa neppure troppo male, non resto li’ a pensare, non voglio in fondo neppure restare perche’ in certi luoghi si sta e si va nel contempo e senza confondersi, senza rimpiangere, senza rimpiangersi, piu’ pesanti e piu’ leggeri, confuso ma non spaventato, vita sottratta al prezzo di un sogno in meno per un ringraziamento in piu’.
(nessuna canzone perche’ questa canzone e’ mia, questa canzone e’ per chi ha una vita dietro quattro ruote e un po’ di latta, per cio’ che ho perso negli anni che verranno, per cio’ che ho avuto…)

Innovazione e supremazia

Potrebbe sembrare universo in continua contrazione o infinita espansione, che differenza fa in fondo, che potrebbe cambiare nei giorni piu’ corti del futuro opaco e grigio come polveroso fantasma stanco di spaventare e urlare e sbattere inferiate nella sottile necessita’ di esistere ancora un poco, ancora un minuto, sempre un minuto di troppo.
Non so se ho scelto, non so se sono stato scelto, non conosco il momento e neppure il giusto sentimento, negazioni forse pari, forse dispari, forse nel candido e profondo sospiro di un sogno che non ho voluto mi accompagnasse nei giorni, nelle notti, nei passi pesanti, dietro le porte che si chiudono con facile noncuranza, con voluttuoso gesto, artistico sorriso di morte e desolante divertimento.
Oggi e’ giusto, oggi e’ sbagliato, oggi ho troppa forza, esigenza di qualcosa che renda migliore e unico cartone pieno di fumante cibo come fosse il solo nutrimento possibile e forse lo e’, che lo sia quando si vuole dimenticare mentre si vaneggia logica distorta, concetto piegato, pensiero spezzato.
Gia’ spezzato e se invero fosse sapore d’urlo che ho dimenticato d’assaggiare tra neve ed asfalto, tra cicale e polline e che sapore avrebbe avuto, che gusto non ho apprezzato e rido dicendolo e calcio porte e mobili e dita sanguinano, polmoni strillano a chi, per cosa nel senso compiuto di rispettoso ascolto, mesto addio.
Nuvola e nuvola sia, vento e che bruci via affanno e pietoso arrendersi ma io c’ero, io non ho visto, io ho saltato corpi ed ostacoli e niente, niente risuona nel giusto modo nell’inutile vastita’ del futuro negato e al diavolo cio’ che striscia perche’ di terra si nutre, di sporcizia e pensieri cattivi s’inebria.
Poi c’e’ un cielo e quel cielo e’ colmo di quell’azzurro, onde di luce e sotto il blu dell’alba tutto potrebbe cambiare lo so, ogni ora dimenticata avrebbe un senso, non definisco ma qualcosa potrebbe compiersi, liberarsi, persino volare e perche’ no, vivere in eterno.
I told you
That we could fly
‘Cause we all have wings
But some of us don’t know why

Lessico infamigliare

Osservo piccola colonna d’acqua, perfetta, cosmico equilibrio, sobria forma che m’affascina come mai prima e non penso, non formulo grandi domande, allungo la mano e la temperatura e’ indefinibile ma esatta nell’avvolgere pelle e sensi, nervi come neve che saluta il mondo per farsi respirare e regalare un momento di vita in piu’.
Pelle che conosco benissimo e mi sorprende aver dimenticato cosi’ in fretta e cosi’ in fretta recuperato indifferenti anni incapace pero’ di scordare, di seppellire completamente ed e’ normale, naturale nell’ampia sua accezione.
Dove sono stato, fin dove mi sono spinto, non si esce dal proprio sangue, quasi mai, non del tutto, ignorare non cancellare e straniante confusione, capo leggero nella tempesta del tempo, nel vortice dei ricordi ma forse basta non perdersi tra terra umida e radici brune, filamenti aggrappati a fango e sabbia, foglie morte d’olezzo forte ma sono fine, sono inizio, nuovo cerchio, cerchio da spezzare pero’, da punire e far cessar di rotolare.
Rimuovere da dove si proviene e tramutare il presente in un eterno ieri, incerto domani senza guardare in basso perche’ immagini fluttuano e danzano e colpiscono forte, dolorosamente le braccia resistono poi colpiscono il vuoto e stanche s’accasciano, inutili gesticolano ed e’ battaglia d’intenzioni opposte ed incoerenti.
Ma c’e’ acqua e d’improvviso sono sereno e non mi riconosco piu’, piccolo trapasso che vede allontanarmi e in terza persona osservarmi, ridefinirmi e senza pregiudizi tracciare un profilo che giustifichi indifferenza laddove pieta’ o equivalente rabbia non scavano, neppure dimorano e cuore resta a guardare annoiato, un poco indispettito, timore di strane rivelazioni, inaspettate scoperte ma c’e’ accurato lavoro di costruzione, muro di mattone quotidiano, invincibile forse, impenetrabile si dice ma acqua e’ placida, acqua non dorme e colpisce pelle su pelle su pelle lasciando inalterata la convinzione che nulla possa piu’ accadere, niente sappia piu’ ferire, che da qualche parte sangue copioso scorra, illudendosi sia retaggio di pomeriggi antichi e non dolore futuro.
It’s been a long road
getting from there to here.
It’s been a long time
but my time is finally near

Il chiuso esterno

Completa sincronia, totale distacco, lisergico momento di ghiandole e stanchezza, avvicino i suoni a me perche’ li voglio stringere, abbracciare, dedicare loro i miei sogni piu’ belli, gli incubi peggiori e instancabile racconto tra bisogni e pensieri che strappo violentemente dall’anima e con odio sfondo il loro grigio cuore nella speranza di rosso sangue, nel desiderio sadico e cattivo di tranciare braccia e gambe affinche’ non scappino piu’, non s’allontanino troppo da me e con me finiscano i loro giorni, le loro voglie, bisogni e necessita’.
Ascolto e sento e comprendo e mi domando se sia quella unica felicita’, sia l’eterno colore che ruota e si mescola dentro altro colore, dentro altro colore, dentro caleidoscopio di schermi e dentro forme e dentro suoni e dentro flauti meccanici eppur dolcissimi, stridore di denti morbidi ed avvolgenti e non provo dolore al tocco anzi calda sensazione di trovata meraviglia che meraviglia non e’, non dovrebbe almeno, non in questi anni di voli in cieli sempre piu’ aperti, sempre piu’ alti, d’aria rarefatta che da’ alla testa e leggeri ci s’innalza cantando le lodi di un tempo andato ma non dimenticato che vivo, che indosso nelle sere migliori, nel festeggiare cosmo mio solo e di nessun’altro.
Ero la’ ed ero bambino, ieri e oggi sul bordo ripido di nastro marrone e gia’ comprendevo ma non sentivo, oggi sento e non comprendo ma va bene cosi’, meglio e’ cosi’ se incantato non mi ribello e lascio fare, resto ad ascoltare e che altri osservino scritte d’ignota lingua da tutti compresa e da me solo ignorata quando non ho bisogno di capire nulla, non mi serve tradurre banale segno quando e’ il gesto che definisce e giustifica.
Forse e’ solo magia o un pezzo d’anima incastrata di colui che ha ridefinito i canoni della morte, ha saputo giocare con essa e vincere, vivendo perfetta dipartita, abbandonando il gioco quando ormai stanco e noioso, senza rimpianti, senza preghiere ma immerso in quei colori, nascosto tra le forme e schermi e caleidoscopi e flauti, si flauti dolcissimi…
Lime and limpid green, a second scene
A fight between the blue you once knew.
Floating down, the sound resounds
Around the icy waters underground.
Jupiter and Saturn, Oberon, Miranda
And Titania, Neptune, Titan.
Stars can frighten.