Giallo racconto

Entusiasmo di altre giornate altrettanto roventi, peregrinazioni dal sapore mistico e ricerca come gioco, scoperta come droga, espansione, espansione, crescita d’infiniti fattori, copioso sudore come battesimo, come sacrificio di rito antico mentre i miei colori si confondono con incisioni cinematografiche solo oggi inutili e dimenticate.
Movimento secco di polso e dita, sguardo troppo svelto per quanto si sia veloci ed ogni scatto e’ pezzo di speranza che muore, e’ pezzo di speranza che vive, osservare e conciliare sfrenati sogni con piacevole realta’, creare leggende, irripetibili momenti e tensione nervosa amplifica, esalta, sospinge di metro in metro l’ansia di vivere e sentire quando aveva senso confondere, mescolare, sovrapporre.
Grandi sporte quadrate, lunghi passi veloci alla ricerca di un minuto o per sempre ma merce rara e’ l’eternita’ se non la si sa cercare, se non si sa scegliere, se non si sa ascoltare e quanto poco importa il tempo passato se gli automatismi restano gli stessi, se dolcezza del gesto passa da necessita’ a dolce possessione, se toccare e’ sporcare e sfiorare e’ dono disinteressato, semplice stato delle cose, delicato dovere capace di essere simbolo, grande ed innocua ossessione, vitale speranza.
Perche’ quindi sentirsi liberi passeggiando in remoti giardini, forse paradiso perduto, forse eden oramai immeritato, forse e’ pura e semplice verita’ cosi’ pura e cosi’ semplice d’apparire irreale ed irraggiungibile come appartenesse ad altrui universo, racconto tramandato per dormire sereni, per pensare al domani, per ovattare il frastuono, per allontanare avvicinandosi passo dopo passo a un bisogno irrealizzato eppure mai assopito.
Almeno qualcosa resta ed e’ consapevolezza di speranza e volonta’, meraviglia moderatamente riproducibile ma e’ quanto basta, e’ tutto cio’ che occorre, leggero ossigeno di vita composto, di un domani nutrito qualunque esso sia, qualunque sia la forza di questa luce, brillare di lacrima che e’ speranza.
No reply
I’m trying hard to somehow frame a reply
Pictures, I’ve got pictures, and I run them in my head
When I can’t sleep at night
Looking out at the white world and the moon

Terzo movimento

Ci penso, provo ad immaginare la mia casa, casa che non trovo, casa smarrita nell’incessante destra, sinistra, alto, basso, molto fuori, poco dentro, desiderio altrove, mistero in luoghi noti, sospiro di dea d’ignoto nome e all’interno di strana sinfonia vago in chiarore indefinito senza che alcuna chiara visione m’innalzi oltre fugace momento, inespressa inerzia, lontano abbandono, dimenticato trasporto.
Penso sia casa tra miriade di note che insistono a uscirmi tra le dita come lingua arcana di cui non conosco significato ma la cui fonetica e’ mantra nella memoria, e’ azione nel braccio, e’ acciaio nei pensieri, origine, origine, origine, mani indipendenti da schemi e soluzioni perche’ problema da risolvere e’ alieno concetto laddove ogni accordo fu deciso alla prima esplosione di stelle, all’alba del creato quando l’urlo del”uomo era ghiaccio di meteora.
Se pensare casa fosse edificare su sabbia mentre cielo abbaglia d’azzurro allora gabbiano sarebbe sillaba di meravigliosa parola, bianca esplosione in confuso orizzonte ma chiarissima voglia di sabbia fine e dolci schiumose onde a divorare costa e pensieri nella contemplazione di luogo finalmente sicuro, infine desiderato, sogno come silenzio nell’orrore di arida pianura meccanica.
Chi nella scossa della notte si ferma a fruscio invitante di lenzuola puo’ sentire casa e cercare liscia superficie e’ vano trastullo nell’incubo d’imperfetta solitudine, nel volo soave eppur pindarico sulla linea retta comunicante l’ultimo dei sogni col primo vagito di nuova vita seppur lontana da qui, lontana da tutto, lontana da un soffitto che dita non sanno piu’ sfiorare, non possono piu’ raggiungere, simbolo di crescita divenuto invecchiare.
E’ bene uscire ora perche’ non c’e’ muro che non delimiti, non c’e’ prospetto che non caratterizzi e inevitabilmente intrappoli e se protezione e’ prigione potrebbe essere casa cio’ che stringe senza soffocare, carezza che non pretende, rumore che non allarmi, parola sussurrata eppur nitidamente comprensibile.
I saw him in an airport, while he was sitting on a wing.
And I waved to him, but I don’t think he noticed me.
I’ve got a funny feeling I know who he is.

Fuoco in dono

Atavico sangue si sveglia improvvisamente ed e’ ritorno di cellule dormienti, flusso impetuoso di ricordi e passate energie quando essere dei era facile come costruire mondi e universi.
Spazio, spazio di citta’ solo immaginata, pareti spoglie e luce abbagliante da finestroni affogati nel sole.
Musica come assoluto, musica come se non esistesse altro, musica che amplifica sensi uccidendoli, esplosione, implosione, collasso ed espansione perche’ magici momenti mutano volonta’ in carne, ossa, sangue e sudore quando vecchio corpo muore poi purtroppo rinascere, sfumando assoluto tocco del divenire in cio’ che si e’, quando sfiora realta’ di miseria umana solo immaginata, tragedia istillata da uomini malvagi e divinita’ invidiose.
Piedi battono a terra, veloci, veloci, ancora piu’ veloci, rotazione e ripartenza, raggi luminosi piegati attorno capo frenetico e improvvisamente confondere ritmo con bagliore accecante e niente piu’ esiste, nulla puo’ far male, nulla puo’ ferire, domande inutili, risposte superflue, solo silenti affermazioni perche’ suono e’ limite, onda lenta contro nero infinito e profondo mentre movimento impera, spostamento come soffio cosmico, elettromagnetica emissione che non trova ostacoli e confini nell’infinito cerchio del tempo.
Cuore che esplode e’ dentro te e nessun altro, piombo fuso nelle vene e’ grande esaltazione racchiusa in guscio di paura, emozione non trasmissibile, onnipotente senso di cammino su sottilissimo filo perche’ vivere e’ rischio proprio, sconfitta cocente o inestimabile premio, fuoco che ghiaccia bruciando immobile istante, frattura tra realta’ e cielo, manifesta fragile immensita’ di desiderio finalmente espresso quando gioco si confonde con missione e volonta’.
Poi cerchio infine si chiude, nel profondo cala buio e stanchezza su impolverato cemento e infinitesimo cambia di volta in volta ma in fondo vincere e’ piccolo nuovo passo se il mondo si misura a respiri.
You work all your life for that moment in time, it could come or pass you by
It’s a push of the world, but there’s always a chance
If the hunger stays the night

Esposizione Universale

Il materiale e’ mezzo, veicolo e tramite, lasciarsi soggiogare e’ obbligo, dondolarsi tra interrogativi e certezze piacevole svago, mutevole stupore dall’alto e incisivo profilo, come scatola giochi rovesciata su freddo pavimento, terra d’esplorazione e scoperta.
Fantasmi d’altrettanto concreta materia aleggiano innanzi ai miei occhi e sono sempre sul punto di cogliere qualcosa che non mi pare conoscere eppure sento familiare, pezzo importante di me, una tra innumerevoli formule ma angolare pietra, sostegno, impalcatura d’infinite considerazioni, incalcolabili ricerche, sublimi scoperte.
Mistero, v’e’ mistero che si manifesta nello zampillare imperioso d’acqua lucente, nelle prospettiche colonne evocatrici d’eterne grandezze, di finestre affacciate su glorioso eventuale futuro irrealizzato eppur radioso.
Sento l’ombra d’esistenza passata o forse dimenticata, innesto di memoria e pura gioia di ritrovato tesoro, origine, si origine e commovente constatare che fiume possente sorge da poche cristalline gocce, materia composta da roccia e nuvola, miracolo indiscutibile, noto eppure inspiegabile nell’intrinseca bellezza della semplicita’ del creato.
Io sono fantasma, io sono ombra, testimone di me stesso o quantomeno d’eventuale ricordo, suggerimento raccolto quasi per caso ma coltivato con amore e dedizione, passione sincera e certamente riposta da troppo tempo in luogo polveroso ed accantonata come dispensabile delizia, cosi’ silente e delicata.
Entusiasmante nulla materico come sinfonia per stanca eppure ancor avida vista, nervosi occhi danzanti tra semplicissime forme mentre in esse scivola racchiuso tempo intero, retta forse area, volume multidimensionale, eternita’ collante d’estremi lontanissimi mentre corsa in imprecisato punto pare senza soluzione ma non importa quando si e’ fantasma, quando si e’ ombra, quando esistere e’ giustificato da unico raggio immenso ed intenso perche’ unico, perche’ mio.

Tutto cio’ che sta fuori

Inaspettato, inaspettato risvolto di qualcosa che qui e’ difficile trovare, individuare, concepire, ascoltare, sentire forse, almeno un poco.
E’ come vedere attraverso vetri traslucidi, superfici meravigliose, in qualche modo deformanti, realta’ non esattamente uguale a quanto si percepisce oltre la trasparente separazione ed e’ visione e visuale alternativa, filtro che manifesta e rivela, dettagli svelati con metro sconosciuto perche’ nell’incertezza tutto e’ sfumato, i pensieri si riempiono di somme approssimate, giusti ordini di grandezza ma impossibili sicurezze.
Un po’ e’ brivido, un po’ e’ mistero da non svelare, attesa di tramonto che allunghi ombre, entita’ che scivolano dalla luce come creature da grotte antiche e lentamente le ore del giorno perdono consistenza, rinunciano a senso compiuto per fondersi e mescolarsi col giorno precendente perche’ e’ sempre cio’ che si cela a destare interesse, a rimanere scolpito nella memoria.
Talvolta cio’ che sarebbe potuto essere sveglia qualcosa d’assopito in noi e se realta’ ha peso di foglia sospinta dal vento, l’eventuale e’ macigno la cui corda stringe ed attanaglia, vincolo e stazione alla quale donare pegno e soffermarsi per riflettere, canzone sorprendentemente attuale eppure conosciuta in ogni singolo accordo, note strappate dall’oblio dell’anima e rinvigorite dal fulgore delle quotidiane miserie.
Stesse domande in fondo, stessi passi su consunto pavimento, stessa illusione che come fondamenta, cio’ che poteva essere e’ prima pietra, molto piu’ di simbolo, molto piu’ di supposizione, parallela vita, compenetrante realta’, virtuale eppure non di sogno, irriconoscibile volto cosparso d’ali strappate, cieli troppo grigi, sassofoni penetranti come spade nel centro esatto del petto, consapevolezza e destino d’essere stato quindi ora esistere.
Sometimes I get the feeling she’s watching over me.
And other times I feel like I should go.
And through it all, the rise and fall, the bodies in the streets.
And when you’re gone we want you all to know.

Lunghi lati del recinto

Gioco di sguardi, scambio di posizioni, attrito nullo e scivolare e’ un po’ volare in cieli terreni, persino sotterranei, malcelati sentieri, inespressi percorsi come se liberta’ fosse reale, come se liberta’ non chiamasse nome di ennesima gabbia, funzionale via di fuga e non parola grande, piena, opulenta, enfatica.
Ho visto il cristallo impuro e attraverso esso il sole di secoli trascorsi con indicibile flemma, ho visto cemento e acciaio e in loro sono fuggito, come in grembo rifugiato, seduto ho ascoltato il boato della folla perdutamente lontana e se e’ vero che poco e’ infinito oltre nessuno, allora ho parlato con passi raccolti ed ovattati, ho ascoltato i limpidi pensieri dell’individuo esentato dal dovere di massa, di strato, di struttura e materia e li’ mi sono dissetato e ricomposto.
Celeste e’ forse colore del piede che pare non toccare mai terreno nell’infinito approssimarsi del tempo allo zero, nero pensiero di gloria e onore, esaltazione del passato nell’interminabile ed eterna gloria futura, rosso il suprematismo dell’estetica superata e capovolta, malcelato tentativo eppur riuscito di mimetizzazione ed invisibile presenza, verde l’eco delle parole dette piano, rimbalzo verso stella piu’ lontana del creato, sillabe solo da Dio testimoniate perche’ e’ in cio’ che non si ode la prova dell’uomo supremo, del figlio pari al padre, dell’istante istantaneo quando viaggio e’ non muoversi affatto in un cosmo minuscolo racchiuso nel piu’ profondo dei propri atomi.
Espansione, contrazione, battito che e’ onda sinusoidale, gamma di frequenze continue senza intervalli, senza campioni, quantificazione infinita eppure discreta quando scala di misurazione trascende numeri e formule e intimamente riconosco ragione nell’aver torto, idea imperfetta eppure funzionale d’algebra che fa di conto senza spiegare alcunche’, inutile cerchio anteposto a porta aperta e oltre la somma di ogni era e umana volonta’ che osservo ed ammiro, indifferente all’assoluta verita’, in un istante perfetto ancora una volta perduto eppure per sempre mio e solo mio.
Il riverbero dona al brano una qualita’ eterea quasi inquietante che slitta lentamente nel tempo mentre i piani si sovrappongono, si intrecciano, si fondono e si reiterano contrapponendosi.

Dissolvenza

Attesa, volonta’ laterale, soffio e turbamento d’ignota sostanza, di angosciosa presenza.
Desiderio e orrore come se si potesse decidere di ogni istante, di ogni istanza, del proprio destino nell’io mondo, io cosmo, io tempo e universale tutto, giovane illusione, sempre meno illusione, sempre meno giovane eppure sindrome che non lascia spazio all’idiozia della consapevolezza, al cerchio apparentemente spezzato quando e’ rifiuto di realta’, occhi chiusi sul baratro inevitabile, sul palpito inenarrabile, sterzata brusca e strapiombo ma non ora, non domani, non nell’infinito oltre, polla primordiale nela quale richiudersi e piegarsi.
Il sonno arriva a passi veloci, forse e’ fuga, piccolo arrendersi, anfratto scavato nell’alba del tempo, ere lontane di memoria perduta nella luce dimenticata delle stelle quando paradiso era uscire da un’onda di orrenda esistenza nell’assenza di coscienza, nel preludio d’oblio, nell’assaggio di dolce morte, d’ambita morte.
Come camminare in nuovo territorio avvolto di oro e stracci, stanze riciclate dal giorno percorse da flaccidi muscoli, ginocchia a terra strisciando senza umiliazione ne’ costrizione, doveroso obbligo verso troppo umana umanita’, ulteriore ostacolo a mutazione alla quale posso solo porgere benevolo sorriso.
A volte merito il silenzio della notte, in certi casi i tempi devono essere pari e leggeri, connubio e fusione con colline, case antiche, forti piccoli animali, lontani riverberi che avvicinano quieta essenza di un allora che posso vivere senza ricordare e come un tempo inafferabili raggi di luce riempiono vuoto di ore insonni, gioco per non aver paura, per carezza che non c’era, per convincersi che comunque ogni cosa sarebbe andata bene, per sempre bene.
In certi casi riesco a non guardare troppo dentro l’abisso e di bianca parete riempio pensiero nervoso, fermo il nervo di braccio che brandeggia nella calda aria perche’ se silenzio e’ conquista, assenza e’ merito.
The mountain cuts off the town from view,
Like a cancer growth is removed by skill.
Let it be revealed.
A waterfall, his madrigal.
An inland sea, his symphony.

Modello delle cose

C’era gelida steppa, ghiaccio e vento d’atavico terrore, c’era umanita’ sconosciuta, solo narrata, solo inventata, solo immaginata e non ricordo bene, ombre, sfumature, parole, tante parole alle quali ho innocentemente creduto.
Ci sara’ mare, plastico ed illusorio oppure carnoso e volgare ma sara’ mare che si riflette nel sole, che inneggia luna sempre piena, balconi odorosi e voglia d’uscire, tempo da sezionare e magnetica convergenza su panchina rovente, sempre quella, solita e speciale, cene rimandate di minuto in minuto, passi lenti in apparenza casuali, invisibili linee, mura pesanti schiacciano e intrappolano ma porta rimane aperta, varco su nuovo domani, rinnovato giorno.
C’era una storia fatta di giornali inconsapevoli e qualcosa che colpiva cosmico senso bambino, girandola incontrollata ed incontrollabile d’emozioni innate eppure aliene, ingestibili in cio’ che solo appariva eppure fu segno di distinzione, fiume che di poco imparai a controllare, seppellire in maleodorante cinismo, terra maledetta che irrimediabilmente copre e nulla fuoriesce oltre a ritagli dispersi, perdute pagine di diario, nome come mantra, come voglia di crescere, come desiderio di conoscere, di capire, domande, domande ed inette risposte, incomprensibile indifferenza alla quale non mi sono abituato, magari compreso ma non accettato.
Ci sara’ in futura certezza, paradigma tra bisogni, archetipo dissepolto in remoti viaggi, alberi sempre contro sole, sempre contro vento, salsedine di muta trasformazione, mutazione, mani invisibili che formano e disegnano su foglio celato alla vista ma non al cuore, non al fuoco di tramonto, filo come ferrea barriera tra cio’ che dovrebbe e costo di ripartire, di tornare a sentire un’onda nel cuore, brivido sotteso tra ossa e pelle.
Gelo e sale, estremi di vita, coraggio di sogno, impossibile coniugazione in luogo ancora tutto da definire, confessione e sospiro, passata liberazione ancora da inventare, ancora da espiare.
Right up here I’m far away from everything
Right up here there’s nothing that can touch me now
The only thing that stabs my back is spiky grass
The only thing that makes me fall is liberty

Balconi e luci veloci

Viaggi, viaggi da segnare in un pensiero, lontani una distrazione, gialla fluorescente materia e tutto e’ un attimo, ogni segno una strada da percorrere, un mattone da osservare, lauta ricompensa per sfatare illusione d’onnipotenza, d’autosufficienza, di fine imminente che imminente non e’ se non si vogliono sentire sussurri e grida, antica polvere depositarsi ai piedi del nulla, del ghiaccio, del rombo di tuono sempre piu’ distante.
Lama sottile, desiderio che prende forma nell’antico bisogno di via di fuga ed e’ ancora tramonto vicino visto da fresco e protetto luogo sazio e lussuoso ma qualcosa rimane, scia impregnata di passato e bisogni, parvenza di realizzazione, sistematica e periodica ricorrenza che dovrei abituarmi a pensare in statica esigenza.
Fuga, percorso prestabilito, confusione mescolata nel tempo, nei bisogni che non esistono, che non piacciono, che non servono mai del tutto, mai abbastanza, non cosi’ in fretta, non nelle giuste dosi e quantita’ e lo sguardo si fa confuso, glaciale e mascherato, protezione, protezione dall’emozione diversa, residuo di luogo e tempo sconfitto ma non nella memoria, non nell’orizzonte che ancora ne conserva forza e vigore.
Notte, notte profonda e umida e via, via dalla pioggia verso un sole che non voglio sino in fondo, che a volte pare alieno e perduto, rumoroso quanto basta per trascinare quel pezzo di destino mancante nel vortice di emozione mai eccessivamente intensa o forse al contrario troppo suadente ed invitante per rimanere fermi a fissare, immobili e inutili perche’ a volte basta un lampo di luce e tutto quel buio diviene teatro e cio’ che contiene raro gioiello sospeso da chissa’ quale forza, mano divina, volonta’ atavica e potente, immortale.
E’ che non rincorrere le luci del banale stanca, giudicare ancora di piu’, esserlo sempre meno e malgrado vi siano voci amiche e solidali, qualcosa appare confuso e sbagliato, inutilmente asettico, incompleto e se lastricare la propria strada di sogni e’ inizio, fine puo’ comunque sorprendere, sbalordire, atterrire.
Louder and louder
Till I could tell the sound was not within my ears
You should have seen me
You would have seen my eyes grow white and cold with fear

Distopia

Forse non sono cresciuto perche’ il rock mi ha intrappolato in pantaloncini corti, giacchetta blu e cravatta a righe, urlo onnidirezionale sulla frequenza di mettalica corda, di rullante percosso, pop sigillato in stanza con ogni comfort e nuova occasione per nuova lacrima, ancora ricordi, millesimato distillato di passione e proibiti momenti di gioia indefinibile se non nella sua grandezza, presunta o reale che sia, jazz penombra e comodo divano, giallo mondo oltre quei vetri mai abbastanza spessi, spifferi d’esistenza, soffio che e’ scambio, segnale di vita che non potrebbe mai essere.
Forse non sono cresciuto perche’ ci sono parole, tante, infinite, graffi su bianca anima, graffiti di umana conoscenza appartenuta a giganti o pigmei, immobili segni coi quali ho volato, volato in ambra fluorescente laddove infinito e’ particella di altro infinito, ho contato realta’ disponibili e in salita asfaltata ho vissuto, desiderato ed esausto sono giunto laddove il creato e’ bambino silenzioso, vita sillaba di frase semplicissima, luce ed Eden e piu’ lontano mi sono spinto, piu’ vicino ho osservato le mie mani e in esse verita’ ridicolmente semplice da cogliere e comprendere.
Forse non sono cresciuto perche’ le immagini sanno muoversi, spostarsi in luoghi diversissimi e terribilmente meravigliosi e da esse ho compreso che l’esistenza non e’ flusso continuo di corpi in movimento ma istantanee in sequenza delle quali infinite inutili ma per poche eppur vitali vale la pena di piangere, ridere, semplicemente esistere, girare con lo sguardo un angolo in piu’, soffermarsi su minuscole pietre perche’ d’esse son edificate montagne e pianure e se colori sono gioco dell’anima, in quei colori si cela l’umanita’ bramata e perduta.
Forse non sono cresciuto perche’ ogni elettrone e’ sole che bolle sangue, parsec a miliardi nel gioco di astrazione, cosmica energia per formulare logico pensiero, innovativa concezione per spingersi oltre, sfida su sfida su sfida e non finisce perche’ non deve finire, perche’ altrimenti e’ noia, altrimenti e’ sconfitta, altrimenti e’ morte quando ancora so sorprendermi e come bambino la stanza e’ astronave, tasti come pulsanti per spazzare innanzi pericoli e dolore e solitudine e voglia di sapere, di conoscere, di non avere piu’ dubbi, domande, oscuri angoli da illuminare e non piu’ temere, mai piu’ aver paura.
Forse non sono cresciuto perche’ rimango su strada diversa ma maestra, impossibile possibile e non sapere piu’ cosa conta e’ forza, salvezza, strano galleggiare a volte elevarsi altre affondare, qualche altra volare, alcune notti nere, altre tetre, giorni fatti di domani e ieri, poco presente, troppa attenzione e se ho fatto di vizio virtu’ allora sono colpevole di non aver detto basta, di non aver desiderato sino a perdermi, di aver pagato ogni singola goccia di sangue che ho fatto versare, sono colpevole di aver rinunciato alla terra per nuvola bellissima e trasparente, sono colpevole di aver giocato tutto alla prima mano vincendo la possibilita’ di tentare ancora e null’altro, colpevole di non essere cresciuto e per questo crescere e’ ancora alternativa, scommessa aperta per qualcosa per cui crescere so non essere tutto, per cui crescere e’ ancora possibile.
For what is a man? What has he got?
If not himself – Then he has naught.
To say the things he truly feels
And not the words of one who kneels.
The record shows I took the blows
And did it my way.